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Riparliamo della ciccia: forse non è tutta colpa nostra

Due giorni fa il prof. Philip James, presidente dell'International Obesity Task Force, ha esposto nel corso di una conferenza tenuta a Boston durante l'annuale meeting della American Association for the Advancement of Science in Boston, un'interessante teoria: l'obesità, che affligge ormai più della metà degli abitanti dei paesi occidentali, non è solo "colpa" dell'individuo ma anche delle città in cui vive.

Proviamo a spiegare: la mattina ci alziamo e con un click facciamo partire la caldaia per l'acqua calda. Poi con uno spremiagrumi elettrico ci prepariamo la spremuta per la colazione, ci laviamo i denti con lo spazzolino elettrico. Scendiamo in garage con l'ascensore e con il telecomando apriamo la saracinesca. Sprofondiamo nel comodo sedile dell'automobile e percorriamo i km che ci separano dal luogo di lavoro. Arrivati al lavoro, in genere prendiamo posizione "comoda": seduti davanti ad un pc, dietro una scrivania o una cattedra o una cassa del negozio e passiamo il tempo senza muovere un muscolo. Per la spesa ci sono i comodi supermercati con parcheggi sotterranei, scale mobili ed ascensori, e per il tempo libero non mancano le alternative: tv, videogiochi, internet...

Il problema è grave e, secondo il prof. James, se non cambieremo presto modo di vivere, l'obesità diventerà una vera epidemia, portando al collasso sanitario le nazioni i cui abitanti ne soffrono.

Soluzioni: la ricerca presentata ne individua una prioritaria: cambiare la struttura delle città, puntando non più su una comodità ottusa, ma sulla possibilità/necessità di ricominciare ad usare il corpo per muoverci. Palazzi senza ascensore, serrande ed imposte da sollevare a mano, spesa da fare andando a piedi al negozio, piste ciclabili ovunque per andare a scuola e al lavoro in bici. Insomma, una città che favorisca le possibilità di movimento personale, per evitare un'immininente catastrofe sanitaria. E come esempio di "slim city" viene indicata Oslo.

Qualche approfondimento sul tema; in inglese, sul Times on line e sull'Australian news.

In italiano ecco i contributi del Corriere e di Repubblica.

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