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Dalla bicicletta all'Alitalia

Nello scorso mese di marzo commentai un articolo del WSJ sulla vicenda Alitalia, mantendo poi, per i motivi personali indicati nel post, un riserbo totale sulla vicenda, che avrebbe meritato invece ampio risalto.
Oggi però, leggendo un articolo di Gianni Dragoni, da almeno 2 decenni commentatore dei fatti e dei misfatti diAlitalia sul Il Sole 24 ore, ho deciso di rompere nuovamente il silenzio per parlare della ex compagnia di bandiera. E così, chiedendo scusa agli abituali lettori del blog, dalla bicicletta passo, con un decollo verticale mozzafiato, all'Alitalia.
Lasciando perdere le vicende del passato (e non si dovrebbe, perché conoscere e comprendere l'origine dei problemi aiuta a risolverli, e Dragoni ben conosce cosa successe nel passato, i compromessi scandalosi fra politica, sindacato e management non sempre all'altezza), Dragoni si focalizza sul confronto fra il piano di salvataggio proposto in primavera dal CEO di Air France, Spinetta, e il piano "Fenice" congegnato dal CEO di Intesa Sanpaolo, Passera.
Ne emerge un quadro molto inquietante, portatore di fortissimi dubbi e sospetti sulla natura dell'intervento della cd "cordata italiana". Tanti sono gli elementi messi in fila da Dragoni, a cominciare dalla supposta "salvaguardia dell'italianità": "...Solo questa caratteristica – si disse – sarebbe stata una garanzia per i passeggeri nazionali, le imprese, il turismo, con il mantenimento di un maggior numero di voli intercontinentali e internazionali diretti. Ebbene, le destinazioni della «nuova Alitalia » saranno 65, inferiori alle 84 di Air France.
Ci sarà una concentrazione sul mercato nazionale ed europeo (dove si perdono più soldi per l'attacco delle low cost), con pochi collegamenti intercontinentali. I voli a lungo raggio della nuova società oscillano, secondo i primi annunci, tra 13 e 16 destinazioni, contro le 15 previste da JeanCyril Spinetta all'inizio e destinate ad aumentare. Per i passeggeri italiani aumenterà la necessità di fare scalo a Parigi, Francoforte o Londra per voli lunghi."
Dragoni rappresenta uno scenario, inserendosi sulla linea di Eugenio Scalfari (Repubblica), e Francesco Giavazzi (Corriere della Sera) di forti dubbi sulla reale vocazione al rischio degli imprenditori chiamati al salvataggio della compagnia aerea. Se fossero vere le analisi giornalistiche (che concordano praticamente su tutto), ci troveremmo di fronte ad un gravissimo e scellerato patto fra la politica e una classe imprenditoriale opportunistica, finalizzato alla privatizzazione dei guadagni e alla socializzazione delle perdite, come sinteticamente ma efficacemente rileva Tito Boeri (Repubblica)
Socializzare le perdite significa non solo che il passivo della "bad company" sarà messo a carico del contribuente (secondo il prof. Ugo Arrigo, docente di finanza pubblica all'univeristà di Milano Bicocca, il salvataggio Alitalia costerà fra i 68 e i 114 euro a cittadino, lattanti compresi. Noi a casa siamo 4, quindi fra 272 e 456 euro, che si aggiungono ai 270 euro di debito pro capite a carico del cittadino per gli interventi pubblici a favore di Alitalia negli ultimi 15 anni, come documentato da Massimo Giannini su Repubblica. Avrei preferito continuare a pagare l'ICI, avrei risparmiato!), ma che saranno migliaia le famiglie a dover subire il morso della disoccupazione, sia per gli attuali dipendenti (fissi e temporanei a vita) sia per il folto indotto che in tanti decenni si era consolidato intorno ad Alitalia e che oggi rischia di franare.

Chi guadagnerà da questa gestione dell'affaire Alitalia? Sicuramente le banche, gli imprenditori che parteciperanno, il proprietario di Air One. Chi perderà? Altrettanto sicuramente i dipendenti, gli azionisti, i debitori, in fin dei conti il nostro Paese.

All'amarezza per una vicenda che si chiude nel peggiore dei modi (anche se occorre registrare un no secco dei sindacati, che forse sperano ancora di potersi sedere al tavolo dei vantaggi. In fondo, dal loro punto di vista, non hanno torto: se ancora c'è chi spera di guadagnare soldi e benefici vari con Alitalia, perché proprio il sindacato dovrebbe rinunciare? i sacrifici si fanno tutti insieme, no?) si aggiunge il dolore (sì, il dolore) per un patrimonio di competenze, di specializzazioni professionali, di immagine di altissimo valore.
Ricordo che tanti anni fa, quando mi laureai, mi fu regalato un libro che si intitolava "Le migliori 100 aziende dove lavorare in Italia". Alitalia era fra le prime di questo libro , e non per ordine alfabetico, ma per prestigo e valore. Io seguii quell'indicazione, e oggi, dopo tanti anni, farei ancora quella scelta. Un giovane laureato oggi non potrebbe più farla. Che peccato!

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